Luigi Cecconi

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Nel mondo reale, nella società postmoderna, evoluta, liberale, che ha abbattuto tante barriere in favore dell’autonomia di scelta e di espressione individuale, esistono delle aree controverse, delle zone d’ombra in cui la chiarezza del pensiero logico, sano, colto e civile non è ancora in grado di fare piena luce. Sono zone dolorose da attraversare, perché il rischio di ritrovarsi soli e uscirne confusi è molto alto. Sono argomenti insidiosi da avvicinare, in quanto, una volta lasciato alle spalle il vociare di chi si accalca sentenziando all’ingresso, vi regna un gran silenzio.
Le conseguenze psicologiche dell’interruzione di gravidanza sono una di queste aree politicamente e moralmente controverse. Ogniqualvolta un individuo è soggetto a un’esperienza traumatica senza che gli sia data l’opportunità di processarla liberamente, le ripercussioni sul piano emotivo sono inevitabili. L’aborto è senza dubbio un’esperienza traumatica, ma è anche un diritto, conquistato con fatica. E ogni diritto, una volta riconosciuto collettivamente come tale, comporta dei doveri e delle responsabilità – non solo da parte del soggetto interessato, ma dell’intera comunità. Ci vuole certamente coraggio per assumersi una qualsivoglia responsabilità.

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Anche nel mondo privilegiato e protetto dell’arte esistono dei terreni scivolosi in cui l’artista diffida ad addentrarsi, ma per la ragione opposta, ossia perché sono stati tanto battuti e coltivati da risultare ormai quasi consunti.
Prendiamo, per esempio, il campo dei sogni. Fonte di ispirazione umana fin dai tempi delle antiche civiltà, luogo di verità e predizione, il sogno è stato un grande protagonista del Ventesimo secolo, simbolo e strumento di rivoluzioni sociali e movimenti artistici. Nel corso dei decenni, termini quali surrealismo, inconscio e psicoanalisi hanno esondato gli argini della conoscenza specializzata per diffondersi e venire condivisi nella pratica comune. La ricerca di un orizzonte nuovo e sfaccettato e la sovversione della banalità che l’universo onirico aveva contribuito a formulare sono state riassorbite nel pensiero ordinario e il sogno è diventato uno stereotipo. Ci vuole coraggio anche per intraprendere un dialogo attraverso uno stereotipo.

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Che coraggio, è la prima cosa che ho pensato quando Luigi mi ha mostrato il suo lavoro, un anno fa. Si presentava ancora in una fase semi-embrionale, non era definito e raffinato come lo vediamo oggi in galleria, ma i presupposti per far tremare i polsi erano già tutti presenti. Un progetto sugli effetti emotivi dell’interruzione di gravidanza, raccontati tramite una trasposizione fotografica delle immagini oniriche descritte da donne che hanno vissuto l’esperienza in prima persona. Un progetto sull’aborto, o meglio sugli aspetti dell’aborto da cui ci sentiamo esenti, ossia il post-chirurgico, il dopo immateriale. Un progetto sul sogno, con il suo carico di cliché a copertura della sua meno romantica, ma ancora attuale, valenza sociale e collettiva. Non solo! Un progetto fotografico sui sogni causati dall’aborto. Nemmeno l´ancora dell’astrazione a parziale salvaguardia delle implicazioni di un obiettivo tanto rischioso. Ma questo progetto mi chiamava, mi aspettava da troppo tempo, Luigi mi ha confidato.

Che coraggio, già, per decidere di dare ascolto a un tale pensiero e voce a un tale argomento. Ma una volta intrapresa questa scelta, quale altra soluzione avrebbe potuto attuare Luigi, se non la fotografia? Semplicemente, e molto onestamente, è questo ciò che Luigi sa fare. Raccontare per immagini. Tradurre in fotografie descrittive, rappresentative, e allo stesso tempo simboliche, ciò che ha con molta pazienza raccolto e ascoltato. E poi agire sulla sostanza, nel senso più fisico del termine. Lavorare sulla materia, sul foglio, sulla struttura. Applicare tecniche passate, sperimentare soluzioni nuove, ideare, realizzare, scartare, ricominciare, ancora e ancora.
Un cammino lungo e faticoso, di cui ho seguito gli alti e i bassi, le soddisfazioni e la frustrazioni. Non sono convinta che a inizio percorso Luigi fosse pienamente consapevole delle incombenze di cui avrebbe dovuto farsi carico, ma gli sono grata per aver avuto il coraggio di non mollare a metà strada.

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Il sogno è fenomeno stranissimo ed un mistero inspiegabile, ma ancor più inspiegabile è il mistero e l’aspetto che la mente nostra conferisce a certi oggetti, a certi aspetti della vita
(1). E’ una dichiarazione un po’ datata, ma credo contenga molto dello spirito di Fuori era estate.
Un lavoro che affronta i concetti su cui fondiamo le nostre certezze alla luce di una conoscenza vissuta, invece che al riparo astratto di costruzioni morali, etiche, estetiche, o più generalmente teoriche. Le stampe pazientemente ottenute tramite processi tradizionali, così come i supporti in cui le parole delle donne emergono dal fondo dell’indifferenza, ci invitano a dissolvere lo stato d’ignoranza attorno a cui articoliamo le convinzioni su cosa sia la vita e sul suo significato. E allo stesso tempo, con molta delicatezza, ci mantengono liberi di spaziare, di immaginare, di poter godere, nonostante tutto, del dato visivo.
Percorrendo le esperienze raccontate, tanto private quanto universali, ci ritroviamo infine a prendere consapevolezza che tutti noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni (2). Davvero questo può farci paura? Suona come una frase da scatola di cioccolatini, e invece è una verità asciutta, una responsabilità chiara e inequivocabile. Che richiede – ancora una volta, ma non solo a Luigi questa volta – coraggio e umiltà.

(1) Massimo Carrà, “Metafisica”, Mazzotta, 1968
(2) William Shakespeare, “La tempesta”, atto IV, scena


Testo critico scritto in occasione della mostra Fuori era estate di Luigi Cecconi, a cura di Annalisa D’Angelo, presso la galleria Matéria di Roma (9-18 giugno 2016).

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